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Online il Rapporto di previsione del Centro Studi Confindustria “Energia, Green Deal e dazi: gli ostacoli all’economia italiana ed europea”

di Unindustria Calabria

Presentato a Roma il Rapporto di previsione del Centro Studi di Confindustria dedicato al tema “Energia, Green Deal e dazi: gli ostacoli all’economia italiana ed europea”.

I messaggi principali che emergono dallo studio, approfonditi di seguito: l’Italia rallenta nel 2025 ma riprende slancio nel 2026; l’incertezza è al massimo storico con i dazi che pesano come un conflitto commerciale; gli investimenti sono in caduta e virano in negativo; la competitività europea è troppo bassa; il peso della burocrazia frena l’economia europea; l’occupazione è stabile anche con produzione debole. In particolare:

  1. L’Italia rallenta nel 2025 ma riprende slancio nel 2026. Pil 2025 a 0,6% (previsione Csc Pil ottobre 2024 0,9%), 2026 a 1,0%.
  2. L’incertezza al massimo storico. Dazi pesano come un conflitto commerciale. Escalation protezionistica può determinare un -0,6% di Pil, questa la simulazione di impatto con modello Csc. Il rischio è la fuga di aziende e capitali negli Usa.
  3. Investimenti in caduta, virano in negativo. Gli investimenti sono attesi arretrare quest’anno del -0,8% (in linea con la dinamica tendenziale negativa già osservata nella seconda parte del 2024) e recuperare nel 2026 (+0,9%), rimanendo sostanzialmente stagnanti nel biennio.
  4. La competitività europea è troppo bassa. L’Europa sta progressivamente perdendo terreno nei confronti di Stati Uniti e Cina. Dal 2007 ad oggi l’UE ha registrato una crescita media del +1,6% annuo, contro il +4,2 degli USA e il +10,1 della Cina, a prezzi correnti. Il gap accumulato con gli Stati Uniti dal 2007 è di oltre 70 punti percentuali di PIL.
  5. Il peso della burocrazia frena l’economia europea. Un costo molto elevato per le imprese: diminuisce l’attrattività dell’UE come luogo per fare impresa. La compliance al GDPR (che disciplina il modo in cui le aziende trattano i dati) ha comportato una diminuzione dell’8% in media dei profitti e del 2% delle vendite. Il Rapporto Draghi ha indicato che, tra il 2019 e il 2024, l’UE ha approvato circa 13.000 atti, più del doppio rispetto agli USA.
  6. Occupazione stabile anche con produzione debole. Ma per quanto ancora? L’occupazione è cresciuta più del PIL: biennio 2023-2024 ULA +4,7% PIL +1,4%. Più di un terzo dei rispondenti all’indagine sulle grandi imprese associate a Confindustria (34,7%) sta trattenendo forza lavoro.
  7. Industria Italiana: il declino rischia di diventare strutturale. Produzione industriale in Italia -8,1% nel 4° trimestre 2024 rispetto al 2° 2022. Investimenti in impianti e macchinari in Italia -3,3% nel 4° trimestre 2024 rispetto al 1° 2023. Prezzo dell’energia 150 Euro/mwh, +72% a febbraio 2025 rispetto a febbraio 2024, contro i 108 della Spagna (febbraio 2025). Recessione Germania PIL -0,2% (2024), -0,3% (2023).

Nello specifico:

1)   L’ITALIA RALLENTA NEL 2025 MA RIPRENDE SLANCIO NEL 2026

Nel 2024, il prodotto italiano è cresciuto del +0,7% annuo, grazie a contributi piuttosto diffusi tra le componenti: i consumi delle famiglie (+0,2%), gli investimenti fissi lordi (+0,1%), i consumi collettivi (+0,2%) e le esportazioni nette (+0,4%), che hanno compensato il decumulo di scorte. Nel 1° trimestre del 2025, gli indicatori congiunturali fotografano una fase ancora caratterizzata da una debole espansione. Il PIL italiano nel 2025 è atteso crescere quasi in linea con quanto osservato nel 2024: +0,6%. Nel 2026, invece, è atteso riprendere slancio, al +1,0%. Per il 2025 si ha una revisione al ribasso di -0,3 punti percentuali ascrivibile, in larga parte, alla debolezza della seconda metà del 2024 e al peggioramento del quadro macroeconomico nel quale si contrappongono forze di segno opposto.

In positivo, nel 2025-2026 agirà:

  • il proseguimento del taglio dei tassi da parte della BCE, che entro fine 2025 porterà la politica monetaria al livello neutrale.
  • Secondo, la risalita del reddito disponibile reale totale delle famiglie, grazie al progressivo recupero delle retribuzioni pro-capite, il buon contributo dei redditi non da lavoro, l’aumento dell’occupazione totale, il calo dell’inflazione, sebbene gli ultimi due fenomeni si attenueranno nel 2025 e 2026. Insieme al calo atteso della propensione al risparmio (da fine 2025 e poi nel 2026) grazie al dipanarsi dell’incertezza, ci si aspetta che l’aumento del reddito continui a dare un buon contributo alla dinamica dei consumi.
  • Terzo, l’implementazione del PNRR: tra il 2025 e il 2026 le risorse programmate ammontano a circa 130 miliardi. Anche se non verranno spese tutte (l’ipotesi è che ne venga spesa la metà, 65 miliardi), daranno un importante contributo al PIL, in particolare agli investimenti in costruzioni, frenati dal venire meno degli incentivi all’edilizia residenziale.

In negativo:

  • la mancanza di sostegno agli investimenti in impianti e macchinari poiché il Piano Transizione 5.0 si è rivelato poco efficace nel 2024 e dovrebbe incidere poco anche nel 2025.
  • L’ennesimo rincaro dell’energia, che non tocca i picchi del 2022, ma minaccia la competitività delle imprese italiane e riduce il reddito reale delle famiglie.
  • Ma soprattutto, l’ondata di dazi annunciata dall’Amministrazione Trump, a cui l’economia italiana è particolarmente esposta, visto che gli USA sono il secondo mercato per i nostri beni.

Lo scenario di previsione CSC incorpora esclusivamente l’aspetto legato all’impennata dell’incertezza causata dagli annunci di dazi, con l’ipotesi che duri per la prima metà del 2025; se persistente, rappresenterebbe un forte limite alla crescita, in quanto influirebbe negativamente sulle decisioni di investimento domestiche e internazionali. Ma non include l’effetto di ulteriori dazi e contro dazi.

2)   INCERTEZZA AL MASSIMO STORICO. DAZI PESANO COME UN CONFLITTO COMMERCIALE

Per l’Italia, nel 2024 l’export di beni negli USA è stato pari a 65 miliardi di euro, oltre il 10% del totale. Tra il 2019 e il 2023, l’aumento di tale export ha contribuito per 4,5 punti all’incremento dell’export italiano totale (+30% cumulato). A livello settoriale, i settori industriali italiani più esposti sono bevande, farmaceutica, autoveicoli e altri mezzi di trasporto. La reintroduzione dei dazi USA su acciaio e alluminio al 25%, secondo stime del Centro Studi Confindustria, porterà ad un calo medio di circa -5% dell’export di acciaio e alluminio negli Stati Uniti, con un impatto macroeconomico minimo (circa -0,02% dell’export italiano di beni).

Lo scenario peggiore di un’eventuale escalation protezionistica che comporti un persistente, invece che temporaneo, innalzamento dell’incertezza (+80% sul 2024), l’imposizione di dazi del 25% su tutte le importazioni USA, comprese quelle dall’Europa, e del 60% dalla Cina e l’applicazione di ritorsioni tariffarie sui beni di consumo USA esportati, avrebbe un impatto cumulato negativo sul PIL italiano, misurato come scostamento rispetto allo scenario base, del -0,4% nel 2025 e del -0,6% nel 2026.

La America First Trade Policy della seconda amministrazione Trump si annuncia più aggressiva e imprevedibile dell’approccio adottato nel primo mandato. Sarà cruciale:

  • avviare trattative con gli USA per conciliare le esigenze reciproche.
  • Ma è ancora più essenziale accrescere rapidamente l’attrattività europea, per evitare deflussi di capitali verso gli Stati Uniti, che è ciò che sta già accadendo e che i dazi accelereranno.

A causa dei ripetuti annunci sui dazi, gli indici di incertezza economica e politica sono al loro massimo assoluto all’inizio del 2025 e ciò influisce negativamente sulle decisioni di investimento, con grave pregiudizio per gli scambi lungo le filiere produttive globali.

Dal 2022, sono state varate a livello mondiale più di 3.400 misure protezionistiche all’anno, quasi 3.000 in più rispetto a quelle introdotte prima del 2020. Un’eventuale escalation protezionistica, generata da ritorsioni tariffarie tra le principali economie mondiali, minerebbe la struttura stessa degli scambi e della produzione internazionali, con profonde ricadute sul PIL globale.

3)   INVESTIMENTI IN CADUTA, VIRANO IN NEGATIVO

Gli investimenti sono attesi arretrare quest’anno del -0,8% (in linea con la dinamica tendenziale negativa già osservata nella seconda parte del 2024) e recuperare nel 2026 (+0,9%), rimanendo sostanzialmente stagnanti nel biennio. Tale debolezza è determinata da:

  • gli effetti ritardati della politica monetaria restrittiva;
  • la crisi dell’industria;
  • l’elevata incertezza internazionale, dovuta ai dazi e alle tensioni geopolitiche;
  • l’affievolirsi degli incentivi fiscali, che avevano rappresentato uno stimolo importante in grado di sbloccare gli investimenti negli ultimi anni (Superbonus e Transizione 4.0).
  • Infine, la spesa in impianti e macchinari è arretrata per tutto il 2024, prima per un effetto “rinvio” legato all’attesa di Transizione 5.0, poi per la scarsa attrattività della misura a causa di una serie di difficolta operative. Si prevede che rimangano in contrazione nella prima parte del 2025.

4)   LA COMPETITIVITÀ EUROPEA È TROPPO BASSA

La crescita del PIL dell’Eurozona è prevista del +0,8% nel 2025 e di +1,0% nel 2026, dopo il

+0,7% nel 2024. Non c’è da aspettarsi nel prossimo futuro una crescita sostenuta dell’Area a causa del permanere di alcuni freni strutturali:

  • In primis la crisi della Germania non appare congiunturale.
  • Altro fattore che continua a frenare la crescita dell’Area è l’elevato prezzo dell’energia. Il prezzo del gas è salito a 50 euro/mwh in media a febbraio 2025 (42 a marzo), con un marcato trend di rincaro rispetto al minimo di 26 euro registrato a febbraio 2024. Soprattutto, è molto più alto che negli USA (con un rapporto di 4 a 1).

L’Europa sta progressivamente perdendo competitività nei confronti di Stati Uniti e Cina. Dal 2007 ad oggi l’UE ha registrato una crescita media del +1,6% annuo, contro il +4,2 degli USA e il +10,1 della Cina, a prezzi correnti.

  • Il gap accumulato con gli Stati Uniti dal 2007 è di oltre 70 punti percentuali di PIL.
  • La bassa produttività europea deriva da minori investimenti in media, circa 1,1 punti di PIL l’anno in meno nella UE rispetto agli USA.
  • Guardando agli investimenti in R&S, dal 2000 ad oggi, il gap accumulato rispetto agli Stati Uniti ammonta a oltre 17 punti di PIL.
  • Il mancato completamento del mercato unico europeo e la mancata armonizzazione di alcune regole sono tra le principali cause di questi ritardi, perché creano ostacoli allo scambio di beni e servizi all’interno dell’UE: secondo stime del FMI, questi fattori possono aumentare del 44% i costi di produzione dei beni manifatturieri, del 110% per i servizi. Negli USA il peso di queste barriere per il commercio di beni fra Stati vale circa il 13%. Se l’UE riuscisse a diminuire queste barriere al livello degli Stati Uniti, la produttività aumenterebbe del 6,7%.

5)   IL      PESO    DELLA  BUROCRAZIA   FRENA L’ECONOMIA    EUROPEA.        LA        SFIDA  ENERGETICA E’ UN NODO CRUCIALE DA RISOLVERE

La proliferazione normativa è un altro fattore che frena l’economia europea. Un costo molto elevato per le imprese europee diminuisce l’attrattività dell’UE come luogo per fare impresa: ad esempio, uno studio recente ha valutato che la compliance al GDPR (che disciplina il modo in cui le aziende trattano i dati personali) ha comportato una diminuzione dell’8% in media dei profitti e del 2% delle vendite; il Rapporto Draghi ha indicato che, tra il 2019 e il 2024, l’UE ha approvato circa 13.000 atti, più del doppio rispetto agli USA.

Infine, la sfida energetica è un nodo cruciale da risolvere. Negli ultimi trent’anni, i consumi di energia nel mondo sono raddoppiati, la quota europea è scesa dal 17% al 9%, e dal lato dell’offerta, le fonti fossili coprono ancora, come allora, oltre l’80% del fabbisogno. Le scelte compiute sinora a livello europeo soddisfano solo l’obiettivo della sostenibilità, ma mettono a serio rischio sia la crescita che la sicurezza europea. Per questo sarà necessario rivedere diversi meccanismi, come ETS e CBAM, che comportano significativi svantaggi competitivi per le imprese europee.

6)   OCCUPAZIONE STABILE ANCHE CON PRODUZIONE DEBOLE. MA PER QUANTO ANCORA?

Riguardo l’occupazione, nel 2025 e 2026 il ritmo di crescita dell’input di lavoro, misurato in termini di unità equivalenti a tempo pieno (ULA), è atteso riallinearsi con quello dell’attività economica (+0,5% e +0,7%, ritmo appena inferiore a quello dell’occupazione in termini di teste), contrariamente a quanto accaduto negli ultimi due anni (ULA +4,7% cumulato, PIL

+1,4%). Ciò permetterà un miglioramento della produttività del lavoro, dopo i forti cali negli anni precedenti. Nei servizi privati l’aumento della produttività media è in parte spiegato da effetti di ricomposizione, con comparti a produttività del lavoro elevata in espansione (come il settore dell’informazione e comunicazione) e comparti a bassa produttività il cui peso si è fortemente ridimensionato (come i servizi di arte e intrattenimento).

7)   INDUSTRIA ITALIANA: IL DECLINO RISCHIA DI DIVENTARE STRUTTURALE

La crisi dell’industria non riguarda solo l’Italia (-8,2% la produzione tra metà del 2022 e fine 2024), ma è internazionale ed è caratterizzata da una forte eterogeneità settoriale. L’automotive è il settore più colpito in tutti i paesi europei, ma il calo è marcato anche nei settori della moda e nella lavorazione dei metalli: se consideriamo la produzione manifatturiera al netto di tali settori, nel 2024 in Italia si è ridotta in misura moderata (-1,5%), mentre è scesa di più in Germania (-2,6%) e cresciuta in Spagna (1,6%). A ciò si sommano: la crisi della Germania, come per il resto dell’Eurozona, la domanda debole in tutta l’Eurozona dopo anni di alta inflazione e alti tassi, la preferenza delle famiglie per i servizi rispetto ai beni che ha contribuito alla debolezza della domanda per l’industria, il costo elevato dell’energia in Europa e soprattutto in Italia. Alcuni di tali problemi potrebbero risolversi nel breve-medio termine (preferenza per i servizi, debolezza europea), altri sono destinati a durare più a lungo (costo dell’energia, crisi tedesca, auto, moda). Va comunque sottolineato che in Italia la crisi dell’industria è una crisi di produzione, molto meno di valore aggiunto (-3,5% nello stesso periodo), investimenti ed esportazioni, sicuramente non di occupazione che invece è aumentata anche nei settori più colpiti. Diverse possono essere le ragioni dietro a questa anomalia: un decumulo di scorte di beni intermedi; una ricomposizione all’interno del manifatturiero verso comparti a più alto valore aggiunto; un miglioramento della qualità delle produzioni. I dati che verranno rilasciati nei prossimi

Per approfondimenti: https://www.confindustria.it/home/centro-studi/prodotti/previsioni/rapporto/congiuntura+e+previsioni/rapporto-previsione-economia-italiana-primavera-2025

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